Home > Società > Una vita passata a disegnare

Una vita passata a disegnare

 

"Al mio caro amico Alessio Patti, che Dio, avendomi già donato la grazia di avere un’esistenza ricca di meraviglia, mi ha dato la possibilità di conoscere e apprezzare".  Marco Baroni.

 

Comincia proprio da qui, da quest’omaggio di amicizia nei miei confronti, la lettura del libro di Marco Baroni: "Una vita passata a disegnare".

E’ stata tanta la sorpresa che ho avuto giorni fa quando mi son visto recapitare una busta con dentro un volumetto dall’eloquente copertina ed una lettera scritta di pugno dall’autore ove con squisita garbatezza mi domandava un giudizio.

Offrire un parere equanime dell’opera di Marco Baroni senza cadere nell’eventualità di una valutazione di parte e arbitraria non è facile per me. Il rischio di trarre la mia modesta analisi dal fondo di un imprudente personalismo è qui ad attendermi.

Comincio a leggere le prime pagine del testo e, come pensavo, non è facile rimanere freddo a contatto con il calore della sua scrittura; lo scorrerne le righe mi affascina a tal punto che l’immedesimarmi nel racconto ahimè già prende il soppravvento.

È vero che il testo si presenta come una coraggiosa analisi della realtà grafica italiana, ma a me pare invero un piccolo romanzo e di valore, la pregiata espressione dell’esistenza interiore di un uomo talentuoso. E va letto e fino in fondo.

“Meno bare più Baroni” è la intelligente provocazione di Marco che troviamo nella parte conclusiva della sua scrittura, figlia di un’altra felice espressione che egli ha coniato: “Creatività o morte!”, con le quali credo  abbia voluto indicare che il talento è parte dall’anima e solo dopo passa per la mente, e che il correre veloce della società e l’uso della moderna tecnologia non possono né devono uccidere la capacità dell’uomo a realizzare e creare emozioni. L’invito poi a resistere…

Sin da ragazzo mostrarsi creativo per Marco Baroni “…con la faccia che si ritrova” non è certo stato facile nella vita, prelude così nell’incipit del suo libro. Di contro, però, egli è stato un uomo libero, spinto dalla povertà di quel periodo  nella Milano industriale degli anni settanta a crescere ammantato da speciali genuinità che la vita gli aveva riservato: <<In tutta la loro vita non riusciranno mai a sapere del profumo e della luce che sprigiona il bucato steso al sole di primavera; della cantina con i portelloni a tenuta stagna che la trasformavano in tempo di guerra in rifugio antiaereo, in cui nascevano sogni, paure e creature fantastiche; dal cortile dove camminavano lente le tartarughe e in cui, con quella bici dalle gomme piene, un bambino ha scavato un grande solco a forma di “o”. Sarà lì che qualcuno, guardando dall’alto, si è ispirato e ha scritto la strofa “quando i bambini fanno O”?>>.

Senza remore per la sua condizione di un tempo, racconta di essere stato più povero perfino dei comunisti che abitavano nel suo stesso palazzo, ma di possedere una marcia in più: <<Scoprii le vertigini, raccolsi fichi, mangiai uva e potei tenere conigli, tortore, gatti cani…! Eravamo a Milano ma rinchiuso in quel cortile potevi essere ovunque volevi. Oggi tutti i poveri bimbi chiusi in appartamenti, sempre più stretti, non possono provare la gioia di questo potere: avere senza possedere, conquistare senza combattere… Ero più ricco e felice perché ero libero>>. Ma è pur vero che essere “bambini prodigio” a volte sta molto scomodo ai bambini, soprattutto quando costoro sono chiamati a realizzare i desideri che stanno nella mente degli altri e non quelli che rimangono nella propria esperienza di vita e che hanno toccato il luogo più profondo dell’anima: <<…è una vera e propria tortura raffigurare qualcosa che non senti e che passa solo per la testa di altri>> è quanto emerge dal suo vivo racconto. E fu così che tutti i suoi amici e interlocutori, anche la sua famiglia, lo invogliarono a disegnare, a mostrare ciò di cui era capace martellandolo con una frase che l’autore riporterà costantemente nel suo testo: “Disegna Marco, disegna”. L’attitudine a indurlo alla creatività a comando fu per lui davvero una tortura:<<Questa dote, capii già allora, diventava pesante da mantenere, mentre tutti gli altri si divertivano io ero condannato a disegnare>>.

Della sua sventura scelse addirittura di farne un motto, qualcosa che potesse sigillare nel suo lavoro e nel tempo l’orma di quella fatica: “Dal 1961 condannato alla creatività”  è diventato lo slogan che contraddistinguerà più avanti l’oggetto sociale della sua futura attività di grafico pubblicitario.

<<Anche nei periodi cupi dell’adolescenza il disegno mi ha aiutato trasformandosi in urlo disperato di dolore, senza nessuno che lo abbia mai sentito… vi abbia scorto una richiesta di attenzione, un richiamo all’affetto, all’amore>>. E chi come me conosce l’autore sa che questo bisogno, uno strascico pesante, egli lo porta ancora con sé, tenendolo ben eclissato anche nei tratti e nei colori della sua arte creativa.

Prezioso e semplice il rapporto con il padre, anch’egli pittore dal discreto talento, verso il quale provò sempre affetto e stima. Nel letto di morte volle fotografarlo più volte, spinto com’era da una creatività palesemente fuori dal dettame. Nonostante il commesso del negozio avesse aperto il rullino e lo avesse per un incidente esposto alla luce, il materiale da Marco fotografato venne lo stesso sviluppato e stampato. Quando il commesso vide le foto che quel ragazzetto aveva scattato, rimase esterrefatto e sgomento: il soggetto di quegli scatti era davvero “lugubre e fuori dal normale”, scriverà l’autore. Forse che la sua era insana genialità, oppure una determinazione mentale alla creatività? No, era talento puro e, per fortuna, nella mente di un uomo libero.

<<Le mode passano, il genio rimane, se la genialità rimane è forte potrà poi determinare una moda>>, questo il suo credo che lo ha portato a lasciarsi "contaminare" da esempi costruttivi di uomini di talento che hanno osato proporsi nella loro creatività, piuttosto che da quelli vissuti dentro a schemi preconfezionati e privi di vera libertà espressiva, come egli stesso sottolinea nel suo libro: <<Probabilmente per la società moderna, è più difficile accontentare bambini creativi, meglio così lasciare spazio ai geometri che costruiranno sempre più case simili a quelle realizzate con i mattoncini Lego nella loro infanzia>>.

“Possiamo oggi parlare di un fare artistico fast food?” ci dice l’autore. Probabilmente la responsabilità è in parte della tecnologia, di internet e del computer che impediscono alle menti di sviluppare dei veri talenti, e in parte anche della società di oggi che ha la capacità di distrarci dalle cose manuali, di non invogliarci a scoprire i talenti che stanno dentro di noi, l’apprendere l’artigianato, il far da sé.

<<Il computer non deve essere visto come la soluzione di tutto, ma solo un mezzo per migliorare il disegno e/o definirlo, completarlo, renderlo più facilmente trasferibile, archiviabile, modificabile>>, afferma Marco Baroni. E se si ha voglia di far crescere davvero una capacità, un talento, bisogna essere disposti anche ad una alta dose di sacrificio di sé e del proprio tempo.

In sintesi è questo il percorso dell’opera: invogliare alla creatività partendo, prima ancora che dalla tecnologia, dalla radice massima di tutti i saperi che è la nostra anima, da tutta quella luce preziosa che sta dentro di noi e che ha permesso all’umanità di evolversi in scienza ed arte, senza naturalmente tralasciare l’aspetto umano del lavoro che ne è il cardine: <<Nella mia vita ho sempre accumulato poco dal punto di vista economico, ma ho sempre ricevuto moltissimo dal punto di vista umano>>.

Direi che la chiave di lettura dell’opera di Marco Baroni sta essenzialmente in ciò che di più prezioso ha egli ha nell’anima: i sentimenti! Che si trovano luminosi già nello sguardo delicato dei primi anni di adolescenza rivolto a quelle genuine immagini di vita popolare, nello stato di grazia che lui ritrova nella sua creatività e nel sentirsi un uomo libero e nel… <<Vincere la morte, passare oltre a quanto si è vissuto, richiamando alla memoria e saperlo raffigurare nelle forme che più ci sono care è davvero il compito di chi disegna, di chi scrive>>.

Da anni gestisce con impegno e sforzo la sua azienda di grafica pubblicitaria, la “Stone Free”, dalla quale sono usciti fuori le nuove leve della creatività, i talenti atipici del futuro, e adesso persiste e resiste nei suoi ideali, accompagnato ancora dai colori delle tele di suo padre, dalla speranza che nulla muore fintanto che esiste un credo ed un talento.

Cosa rimane infine a questo precursore del disegno creativo, ad un uomo che ha saputo ironizzare su se stesso ed ha stretto i denti per non cambiare e svendere la sua libertà? Insegnare! Trasmettere a noi e a quanti amano la creatività il bagaglio delle sue esperienze di tecnico e, perché no, la sua capacità fraterna di stare vicino all’uomo, a quanti Dio gli ha messo accanto, più o meno feriti e deboli, più o meno forti e sani, tutti collocati nel percorso erto della vita per non insuperbirsi delle proprie capacità, per restare umili, consapevoli che i talenti acquisiti dal dono della vita non sono i nostri, ma vanno scommessi, fatti fruttare ed infine restituiti al mondo.

Alessio Patti

 

STONE FREE sas di Marco Baroni & C.

Via Piave 15 – 20060 Gessate (MI)

www.stonefree.itinfo@stonefree.it

 

 

 
  1. 21 Gennaio 2009 a 15:51 | #1

    E rieccoci caro Amico irrefrenabile, ti mando un volume di cui ci sarebbe solo da vergognarsi e tu me lo fai diventare un best seller da David di Donatello. Come al solito il cuore generoso del grande catanese Alessio ha colpito ancora. QUesto voleva essere uno scambio epistolare tra amici che hanno avuto modo di incontrarsi tra i meandri di internet e nente più. Io ho avuto modo di leggere la tua storia, che mi è piaciuta e mi ha commosso, io volevo solo contraccambiare, per metterci alla pari con le presentazioni, almeno del nostro vissuto. Comunque da quando hai letto e scritto del mio libro stanno succedendo cose impensabili, clamorose. Devo dire che già quando ti avevo conosciuto attraversavo un periodo turbolento, mentre ora tutto è meraviglia, anche le cose avverse e cattive mi passano oltre come fossi un fantasma. Devo dire che è uno stato di grazia che si legge anche in esterno, e tutti a quelli a cui parlo e dico cose, sembrano rimanere affascinati da questa gioia che ho nel cuore. A chi mi chiede qual è il mio segreto rispondo senza indugio: ho conosciuto “u pazzu”.
    Ora, perché non voglio essere da meno, penso che inviterò tutti quelli che conosco a scrivere qui, in questo blog gestito, da quel superfigo che vediamo nella foto (tra l’altro bella Alessio, chi te l’ha fatta? forse ho dei sospetti)
    Un abbraccio forte, forte, ma io non potevo meritarmi tanto, grazie di cuore, Marco

  2. dangrat
    23 Gennaio 2009 a 11:41 | #2

    Ciao Alessio, complimenti per il post dedicato a Marco. Se lo merita tutto! Conosco Marco da poco e ogni volta scopro di lui qualcosa di sorprendente. Finira’ mai di stupirmi? Temo di no!

  3. Anna Crespi
    14 Marzo 2009 a 23:13 | #3

    Il mio grazie per “Una vita passata a disegnare”, ma la simpatia del suo libro mi invita a proporle una correzione. Non ci sono creativi atipici, nè in musica, nè in letteratura, nè nelle arti figurative e nemmeno in tutte le professioni che ne derivano.
    I non creativi, che si dicono creativi, meriterebbero di essere puniti, forse più dei medici che non sono dottori, ma come si fa? Buoni auguri di successo al suo libro di vita.

  1. Nessun trackback ancora...
Codice di sicurezza: